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Circa il 10-35% dei forti bevitori (ad esempio, coloro che consumano regolarmente una bottiglia di vino al giorno) sviluppa un’infiammazione cronica del fegato, definita “epatite alcolica”; il 10-20% di essi manifesta negli anni una cirrosi epatica. L’epatopatia alcolica può causare danni molto gravi al nostro organismo, in quanto compromette le funzioni di metabolismo e di detossificazione del fegato. Inoltre l’alcol inibisce l’azione degli antiossidanti, le sostanze naturali che ci difendono contro i radicali liberi; ciò può ulteriormente aggravare il danno epatico. La steatosi (accumulo di grasso all’interno degli epatociti), la morte cellulare e l’infiammazione che si verificano nel tessuto epatico a seguito della prolungata e massiccia assunzione di sostanze alcoliche possono innescare la formazione di tessuto cicatriziale intraepatico (fibrosi epatica), che nel tempo può condurre ad una distorsione dell’architettura dell’organo ed inibire quasi del tutto la sua funzione. Questa “cicatrizzazione avanzata del fegato” è definita cirrosi epatica, e rappresenta un’importante causa di morte nel nostro Paese. La suscettibilità alla malattia cronica di fegato è molto variabile da individuo a individuo. Ad essa concorrono, infatti, numerosi fattori di natura genetica, la dieta, il sesso, la presenza di cofattori di malattia (virus epatitici, dismetabolismo, obesità, diabete, etc.). Il trattamento cardine dell’epatopatia alcolica è naturalmente basato sull’assoluta astinenza dal consumo di bevande alcoliche. Il raggiungimento (e il mantenimento nel tempo) di questo obiettivo richiede spesso un adeguato supporto specialistico, anche di tipo psicologico e comportamentale. Nei casi in cui il danno progressivo abbia condotto ad un’insufficienza epatica è possibile considerare il trapianto di fegato, ma solo per quei pazienti che abbiano definitivamente sospeso l’assunzione di alcolici.
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